Apprendiamo con grottesca inquietudine che Kayhan, giornale iraniano di regime, dopo aver appiccicato addosso a Carla Bruni l'etichetta di "prostituta italiana", si scaglia oggi contro il Nano Tricologico definendolo il "simbolo della deviazione morale in Italia" con "prove della sua dissolutezza sessuale". Ringraziamo gli amici sciiti per aver scoperto l'acqua calda. Tuttavia, la premura dei nazisti di Teheran non è cosa gradita. Tantomeno il loro giudizio, viziato da secoli di ignoranza e oscurità fondamentalista. Soprattutto nel giorno in cui giunge in occidente la notizia delle 99 frustate con cui è stata vergata la schiena di Sakineh Mohammadi Ashtiani, non accettiamo lezioni di etica e morale da chi viola quotidianamente i fondamentali diritti umani. Che Berlusconi sia un donnaiolo disinvolto, è cosa nota. Ma in un'ipotetica scala d'immoralità, è accettabile che un boia medievale punti il dito verso un puttaniere?
Approfitto per pubblicare un vecchio testo, scritto originariamente per altri occhi e indirizzato ad altre pagine. Trattasi di un breve ragionamento ispirato dall'incipit del romanzo di Milan Kundera "Il libro del riso e dell'oblio". Le assonanze storiche risultano piuttosto evidenti...
"Vlado Clementis indossava un colbacco. D’altronde Praga era una città fredda, soprattutto in quel 21 febbraio del 1948. Clementis fu ministro degli esteri nel governo comunista di Klement Gottwald nonché firmatario della carta delle Nazioni Unite, eppure la storia pare ricordarlo soprattutto perché quel giorno indossava un cappello di pelliccia sovietica. Mahmud Vahidnia, studente di matematica, portava invece gli occhiali da vista. Niente colbacco, per lui. In Iran, a fine 2009, per giunta al cospetto dell’Ayatollah, sarebbe stato fuori luogo.
Il colbacco e gli occhiali da vista. Due accessori collegano il politico e lo studente di matematica, altrimenti separati da mezzo secolo di storia. “Il libro del riso e dell’oblio” di Milan Kundera sembra parlare dell’uno e dell’altro. Ricorda il cappello di Clementis, ma in fin dei conti anche gli occhiali di Vahidnia. E lo fa raccontando di uno scatto, una fotografia. Nel febbraio 1948 il dirigente comunista Klement Gottwald si affacciò al balcone di un palazzo barocco di Praga per parlare ai cittadini che gremivano la piazza della Città Vecchia. Faceva freddo e nevicava. Clementis, al suo fianco, si levò il cappello di pelliccia e lo posò sulla testa del compagno. Clik, fotografia. Quattro anni dopo Clementis fu accusato di tradimento e impiccato. La propaganda lo cancellò immediatamente dalla storia e, naturalmente, anche da tutte le fotografie. Da allora Gottwald, su quel balcone, ci sta da solo. Di Clementis rimane solo il colbacco.
Mahmud Vahidnia, dietro i suoi occhiali da vista, osò contestare il clima poliziesco che circonda la stampa iraniana, l'impossibilità di esprimere critiche alla Guida Suprema e la struttura di potere autoritaria statale. Clik, altra fotografia. Anche Mahmud, come Clementis, vaporizzato. A distanza di mesi, di lui si ricordano solo gli occhiali da vista.
Il sottile filo che lega le due vicende è quasi invisibile, eppure esiste. Come esiste un tentativo di disperdere le risa della folla in un oblio connaturato all’essenza di certe degenerazioni dello Stato. Come Clementis e Vahidnia le persone spariscono, inghiottite dalla storia e dalla negazione strumentale di qualsiasi alternativa. Il potere assoluto è tale perché non ammette discontinuità: è un unicum che fagocita irregolarità ed attutisce le voci dissonanti, avvolgendo tutto in un’atmosfera ovattata di uniforme silenzio. E’ come trovarsi chiusi in un cerchio, un girotondo da cui si può essere estromessi in qualunque momento. “Quando si è allontanati da una fila”, scrive allora Kundera, “è ancora possibile tornarci. È una formazione aperta. Ma il cerchio si richiude, e per questo, quando lo si lascia, è per sempre”. E allora di noi resta poco. Il ricordo di un colbacco, o magari di un paio di occhiali da vista".

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