Ormai da tempo le prime pagine dei quotidiani sono esclusivo monopolio dei soliti quattro politicanti che, visibilmente soddisfatti, passano il tempo scagliandosi manciate di merda in mondo-visione. Grida da destra, improperi da sinistra, accuse di prostituzione istituzionale, indici puntati e cacofonia generale. Niente di nuovo e tantomeno d'interessante. Se non fosse che nel frattempo l'Italia arranca e sputa sangue, sarebbe il caso di lasciare che si scannino a vicenda sino ad estinguersi in un trionfo di darwinismo politico per il bene del Paese: attacco dopo attacco, lasciare che le poltrone si sgretolino cozzando le une contro le altre, sino a diventare seggi finalmente vuoti da riempire di nuovi contenuti. La paura è che tale forma organica, le piattole incravattate del sistema, non risponda più ai normali criteri evoluzionistici ed abbia invece sviluppato nei decenni una sorta di anticorpo al rinnovamento. Uno scudo contro il cambiamento. Titola il Corriere della Sera "Berlusconi: io vado avanti". Mai avuto dubbi in proposito. Non sia mai che nella Repubblica delle banane qualcuno faccia un passo indietro. Non bastano gli avvisi di garanzia, gli scandali, la corruzione, le condanne, l'immobilismo sostanziale, la decadenza del potere: i massi non si muovono. Per retrocedere è necessario che una forza di superiore misura spinga in senso contrario. Altimenti, si resta fermi, ammuffendo. Non s'è mai sentito di un masso che abbia deciso da solo di spostarsi dal sentiero. La rinuncia ad una posizione, in questo Paese, non è mai volontaria. E' sempre imposta dall'alto, forzata da considerazioni di marketing politico, convenienze più forti di altre convenienze. Paradossalmente, in Italia, quando si cambia, è perché tutto rimanga invariato: abbiamo inventato il movimento statico.
Se ogni piccola modifica all'ordine altrimenti invariabile delle situazioni è imposta dall'alto, il problema sostanziale, qui, è il concetto stesso di "alto". In Italia, oggi, qual'è la reale gerarchia delle cose? Quali sono i fari che orientano le scelte, che indicano le direzioni verso cui muoversi come nazione, come sistema, come comunità? Sarebbe bello e opportuno che la forza propulsiva dei cambiamenti fosse ispirata ai valori, ai principi, e quindi alle leggi, alla carta costituzionale, alla giustizia. E invece, quando in Italia una foglia riesce anche solo ad oscillare, il vento che la muove non scende dalle santissime vette del pensiero o del diritto, ma esce dagli uffici impolverati dei partiti, dalle macchinazioni opportunistiche di una burocrazia classista arroccata sui propri antichi privilegi. Insomma, non è l'Esprit de Loi che ci guida, quanto piuttosto l'estratto conto di Maurizio Gasparri. E allora verso cosa ci stiamo muovendo? Verso un'invisibile linea orientata al progresso, oppure verso un gorgo oscuro che del progresso, al limite, può rappresentare solo il buco del culo? L'impressione, osservando le mosse dei gerontocrati che ci rappresentano, è che non stiano affatto puntando la prua in avanti, ma che invece si limitino a gironzolare cazzeggiando, grattandosi via le rispettive pulci, azzuffandosi o annusandosi il didietro.

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