giovedì 4 novembre 2010

L'uomo dei boschi

E’ passato parecchio tempo dall’ultimo intervento del Cinico: un tempo grumoso e scuro, scandito dal battere costante e osceno delle lancette, fastidioso come un paio di calzini bagnati durante i giorni della Merla. Le settimane sono trascorse ruvide, grattando secche contro le pareti rovinate dell’Italia degli sciacalli, e ormai pare che tutti quanti siano finalmente convinti di non avere una possibilità al mondo d’invecchiare in pace. A queste latitudini, non si può certo star tranquilli: l’aria è viziata, infetta, insozzata dai miasmi vomitati dai camini dei palazzi di un potere becero e arrogante. E allora qui si sta in apnea. Come d’autunno, sui tralicci, gli uccelli migratori. Anche il Cinico arranca, sputa sangue come tutti gli altri, come i metalmeccanici in cassa integrazione a zero ore e come i precari dell’istruzione, come gli studenti senza futuro. E anche il Cinico, come loro, non può fare grandi cose: può imprecare, bestemmiare, sbattere la testa contro il muro, picchiare come un dannato sul suo tamburo di latta, e magari sperare nell’effetto domino della sua indignazione. Il Cinico può dissentire e diffondere il tarlo del dissenso, salire sulla cima del suo sdegno e gridare la sua disapprovazione per un’Italia che sta perdendo. Perché è questo che sta succedendo, mentre il circo mediatico s’interroga su puttane minorenni e cocaina: l’Italia sta perdendo la sfida della competitività, fanalino di coda di un’Europa che arranca, doppiata dai paesi Bric (Brasile, Russia, India, Cina) e minacciata dai nuovi competitori internazionali. Ma soprattutto l’Italia ha un problema. Un grosso, tumefatto problema con un nome e un cognome. Un nome, Silvio: dal nome latino Silvius, che, tratto dalla radice silva  - selva, bosco - può essere tradotto come silvestre, silvano, che vive o proviene dai boschi. E che, aggiungerei, in molti si augurano nei boschi ritorni. Un cognome, Berlusconi: in Italia sono 1.941 persone a beneficiarne, ma ne sarebbe certamente bastata una. Tralasciando per obblighi di spazio la questione morale e sorvolando anche su altre inezie come le “accuse” (apri virgolette, chiudi virgolette) di corruzione, falso in bilancio, conflitto d’interesse, sfruttamento della prostituzione, bunga bunga (roba che avrebbe fatto inorridire Ted Bundy, figuriamoci provocare le dimissioni di un capo di Governo), oggi il Cinico vuole concentrarsi sul più grosso misfatto del Berlusconi. Il meno evidente, forse, ma di gran lunga il più abominevole e imperdonabile. L’uomo dei boschi, prima attraverso le sue televisioni e poi con una sapiente strategia di gestione del potere, ha contribuito in maniera determinate a banalizzare questo Paese, privarlo del suo spessore, della sua anima complessa. L’impero scintillante e cretino di Mediaset ha lentamente trasformato i cittadini in telespettatori cronici, acritici testimoni del nulla. La televisione pubblica si è progressivamente adeguata al modello (con alcune stoiche ma insufficienti sacche di resistenza) e allora è stato un trionfo di banalità e sciocchezze, di gossip e di sederi, di labbroni gonfi come canotti e di mistificazione in perizoma. L’idiozia si è propagata in lungo e in largo come l’influenza suina, quella che si chiama come i porci ma che invece colpisce gli uomini (e forse non è un caso). La banalizzazione della società e dei suoi modelli (veline e prostitute, tronisti e calciatori) ha poi infettato il mondo della politica e della cultura. Improvvisamente tornato in patria dopo vent’anni di assenza, l’ipotetico italiano emigrante s’è trovato tra le mani un Paese devastato, in cui la sola cosa che abbia un senso è l’immagine. Non è più la sostanza a costituire oggetto di dibattito e di contesa, quanto piuttosto l’apparenza, l’involucro vuoto delle cose. Le elezioni si vincono con gli slogan, con il marketing, e una bugia detta bene vale infinitamente più di una verità balbettata. Quindi oggi Fabrizio Corona è una persona interessante, la Troia e il Caso Umano (ops… la Pupa e il Secchione) un argomento di conversazione e la verità non è più il fine di un processo di costante ricerca interiore o una tensione ideale ma è semplicemente una frase vuota detta alla televisione. Contemporaneamente, sul doppio binario morto della nostra rovina, l’uomo dei boschi ha introdotto un linguaggio e un sistema di potere basati su una violenza inaudita. Omofobia, caccia alle streghe, insulti, soprusi, abusi di potere, disprezzo delle donne: alla banalità – utile per lobotomizzare i teleservitori – si è accompagnata la violenza rabbiosa e schiumante originata dall’ambizione di un uomo ormai vecchio e stanco: il Cesare scialbo che i nostri tempi superficiali meritano.
Nell’Italia dell’immagine, l’italiano non immagina più. E’ mediamente stupido, non legge e non capisce. Le nuove generazioni, in particolare, sono arroganti, violente e ignoranti come le capre di Vittorio Sgarbi. Il cambiamento, naturalmente, non si vede ancora all’orizzonte. L’uomo dei boschi non durerà certo ad Aeternum, ma le conseguenze delle sue azioni scellerate, è prevedibile, dureranno decenni. Intere generazioni condannate alla banalità del pensiero, alla negazione della complessità, alla superficialità del pensiero semplice. E allora cosa possiamo fare per invertire tempestivamente la tendenza? Difficile da dirsi. Mi pare però innegabile che il primo passo debba essere uno ed inequivocabile, necessariamente compiuto allontanando la causa prima del nostro male: l’uomo dei boschi se ne deve andare e deve farlo il prima possibile.