martedì 14 settembre 2010

Potevano chiamarla Fantàsia ma hanno scelto Padania




La fantasia ai leghisti di certo non manca. Chiamiamoli sognatori. Come definire altrimenti un “popolo” che crede nella propria superiorità perché nato al nord di una nazione e che addirittura si crea una terra di mezzo tutta sua?! Che non riconosce l’inno nazionale e scredita la bandiera come forse carta straccia?! Avrebbero potuto chiamarla Fantàsia e invece hanno optato per Padania, poco cambia insomma se non che almeno la storia nel primo caso è decisamente migliore. In Padania non si vola di certo su cani giganti e da un paio di anni, da quando cioè Bossi ha permesso che gli allevatori non pagassero le multe per le quote latte, non si vedono nemmeno trattori a bloccare autostrade. Molto strano perché fino a qualche anno fa i produttori di latte erano sul piede di guerra, i telegiornali aprivano con le loro proteste, migliaia di litri di latte buttati nei campi per fare ascoltare la propria voce. Poi, tutt’ad un tratto, puff.. tutto finito. Ma non per tutti, solo per gli allevatori del nord. Si perché quelli delle ragioni non considerate padane non meritavano questo trattamento di favore e han dovuto comunque pagare le multe decise dall’Europa. Ma la gente si sa, è ignorante perché ignora. Così l’armata di verde vestita ha dilatato i propri confini fino a far breccia in Emilia Romagna, sforando il 15% dei consensi alle ultime elezioni regionali. La sinistra perde gli operai e le fabbriche e questi, probabilmente, trovandosi spaesati si rifanno al voto di protesta sapendo che comunque non hanno nulla da perdere. A volte ciò che si perde però è la dignità.
La Lega Nord nasce nei primi anni ’90 come movimento di rottura con le attuali istituzioni. L’Italia usciva dalla stagione di Tangentopoli e per i nordisti la colpa di tutto era da attribuire a Roma e alla Democrazia Cristiana che infestava da troppo tempo i salotti della politica. Il suo leader, Umberto Bossi, diplomato alla scuola per corrispondenza Radio Elettra, passa gli anni ’70 come militante nel gruppo comunista de il manifesto, nel partito di estrema sinistra PdUP, nell’Arci e nei movimenti ambientalisti.
All’entrata in politica di Berlusconi la dura presa di posizione del senatur e dei suoi commensali non si fa attendere. Interviste, articoli ed inchieste (si sono pure fatti un giornale “la Padania”.. peccano di originalità..), comizi, comparsate in tv per additare Silvio, ”colui che è sceso in campo per noi”, come il mafioso di Arcore. Bossi c’è l’ha duro per un po’ poi comincia a prostrarsi al reuccio di Milano 2 ed asseconda i piani del Cavaliere. Del resto lo stesso Bossi il 5 gennaio 1994, al processo Enimont, ammette il finanziamento illecito tramite una tangente ricevuta dalla Montedison. Viene condannato successivamente in via definitiva dalla Cassazione a 8 mesi per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti

Comincia una bellissima storia d’amore tra i due, fatta di leggi ad personam ed attacchi trasversali alla nazione, manie di egocentrismo e rituali con ampolle e formule magiche sul fiume Po’. Sarebbe un bruttissimo film se non fosse tutto vero.  
Così vero che Renzo Bossi, soprannominato dal padre “Il trota”, bocciato per ben 3 volte all’esame di quinta superiore, con la faccia da sveglione che si ritrova riesce a prendere una montagna di voti alle ultime elezioni regionali e a diventare così consigliere regionale della lombardia con uno stipendio mensile di 12mila euro. Studiare non serve a molto a quanto pare.

In vent’anni qualcosa è cambiato. Prima si parlava di secessione, ora si parla di federalismo. Quello che non è cambiato è l’aspetto razziale e provocatorio di questi omini delle montagne. Ovvio che non ci si possa aspettare molto da un “popolo” che ha come modelli soggetti che di umano hanno ben poco, come un Borghezio o un Calderoli. Dilungarsi su di loro sarebbe solo dargli più importanza di quella che madre natura gli ha dato.
Il problema sono però i cittadini che si riconoscono in questi quattro cialtroni da osteria, che hanno la mania di mostrare il dito medio senza sapere il perché e che prendono parte a scenette che nemmeno nei peggiori film trash si possono ritrovare.
Ecco, l’italiano medio si ritrova in certi modi di esprimersi, in certe facce. In realtà la Lega non è mai riuscita a fare nulla di ciò che proclamava, dallo sbarco dei clandestini alla cosiddetta secessione dal sud dell’Italia, erano solo slogan per gente dalla mentalità ristretta. Dopo 15 anni di berlusconismo, i cervelli resettati sono aumentati e Bossi, l’uomo Er-ictus, e la sua allegra brigata, hanno capito che è il momento giusto per aumentare il consenso anche al centro Italia.

Alle prossime elezioni, troveremo come candidati per la Lega Nord il nano Valrus, il vikingo Belzort e il mago Zolforus. Poi se si vince tutti a in sella ai cavalli alati e a far le orge con streghe. L’idiozia non finisce mai di sorprendermi.

venerdì 10 settembre 2010

No alla vivisezione e no all'ipocrisia


Tralasciando il fatto che non avete voglia nemmeno di scrivere una minchiata sulla bacheca, prendiamo per buona l’unica richiesta presente.
Si tratta della vivisezione ai danni degli animali o meglio della nuova direttiva europea che permette di sperimentare test o vivisezionare anche animali randagi di specie domestiche (quindi anche cani gatti).
In questi giorni vi è stata una grande mobilitazione del popolo della rete anche se, come sappiamo benissimo, certe prese di posizione lasciano il tempo che trovano se poi non si fa qualcosa di concreto.
L’argomento è molto delicato perché si tratta della vita di esseri viventi, ma proviamo ad approfondirlo un po’.
La battaglia si è combattuta su due fronti ed è andata avanti per oltre quattro anni. Da una parte le associazioni antivivisezioniste e dall’altra le lobby dei vivisettori, delle quali fanno parte multinazionali chimico-farmaceutiche, università e grosse associazioni per la ricerca medica.
Ovviamente lo scontro è passato attraverso i vari organismi dell'UE: prima la Commissione, poi le commissioni del Parlamento Europeo, poi il Parlamento Europeo in sessione plenaria, poi il Consiglio dei Ministri, e infine di nuovo al Parlamento in plenaria. Insomma il solito iter burocratico che segue ogni approvazione di una qualsiasi delibera. Ad ogni riunione quindi c’è stata una mobilitazione sia su di un versante, (sit-in, manifestazioni di piazza, volantinaggio) sia sull’altro versante (convincimento di eurodeputati).
Le notizie non sono del tutto negative, anzi. E’ vero che si è fatto un passo indietro con la possibilità di “torturare” anche animali domestici ma, come si legge sul sito di AgireOra  Network, sono stati fatti anche passi in avanti, piccoli ma importanti.
Tra questi l’obbligo di attendere l’autorizzazione da parte del Ministero della salute, questo consente agli organi di controllo di NON dare l'autorizzazione quando ritengano che la sperimentazione non vada fatta. E' previsto, e prima non esisteva, l'obbligo di indicare sulla richiesta di autorizzazione il "livello di sofferenza". Più alto è, maggiori sono gli obblighi per il rilascio dell'autorizzazione. Viene vietata la sperimentazione sulle forme fetali di mammiferi e cefalopodi. E' stato inserito il divieto di uso di scimmie antropomorfe (non TUTTE le scimmie, solo gorilla, scimpanzé, bonobo, gibboni, orangutan) tranne in casi eccezionali.
Inoltre, sono previste ispezioni a sorpresa e il reinserimento degli animali che non saranno più usati in esperimenti.
Si può tranquillamente dire che non tutto è perduto, soprattutto pensando che ora la direttiva dovrà essere rivista a livello nazionale, dove siamo sicuri non mancheranno altre battaglie.

Stanotte una zanzara non mi ha lasciato dormire. Contemporaneamente, dovendo stare sveglio, pensavo a cosa avrei potuto scrivere in questo articolo. Avrei voluto ucciderla quella zanzara e mi chiedevo quali fossero le differenze tra un insetto ed un mammifero. La differenza la fa l’essere umano. Siamo sempre noi a decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, ad arrancarci sulle nostre posizioni per non sentirci chiamare stupidi. In fondo anche la zanzara è un animale, la mosca con il suo ronzare così maledettamente fastidioso, le formiche che te le ritrovi dappertutto, le api delle quali abbiamo una paura boia perché potrebbero darci di pizzico. Non sono anche questi animali? Solo perché il gatto se ne sta buono a farsi coccolare sul divano è da considerare migliore di qualche altra specie? Allora quella volta che invece non gli vai a genio e ti graffia cos’è, merita di essere schiacciato come la zanzara?
La mucca, un animale docile, abituato al pascolo. La mangiamo e mica stiamo li a pensare che anche lei nasce, vive e poi muore per mano nostra? In Cina mangiano i cani, aldilà di tutte le sofferenze per i metodi brutali che hanno, perché non dovrebbero sentirsi liberi di farlo? Quale potere abbiamo noi che ci permette di dire cosa è giusto e cosa è sbagliato? E se fossimo nati con la concezione che la mucca è un animale domestico e la carne di cane la nostra fonte primaria di nutrimento staremmo ancora qui a condannare i cinesi? Penso proprio di no. Con ciò non voglio giustificare nessun maltrattamento ai danni degli animali, per carità. Vorrei solo evitare di essere ipocrita almeno nei loro confronti. Gli animali o si rispettano tutti o la si finisce di fare i San Francesco della situazione. Credo che nessuno abbia la facoltà di decidere chi deve vivere e chi deve morire, innanzitutto noi come esseri umani, noi che ci riteniamo la specie più evoluta.
La sperimentazione invece è un’altra cosa. Nella maggior parte dei casi si tratta di una sofferenza inutile e perpetrata nel tempo. Si devono cercare nuove strade o perlomeno ridurre al minimo l’uso degli animali per scopi scientifici. 

Ovviamente la delibera è passata grazie ai soliti parlamentari che da anni scaldano sedie ovunque si trovino. Non invitate mai a cena nessuno di questi tipi loschi altrimenti appena si siedono non si rialzano più. I partecipanti li trovate cliccando il link qui sotto, sono nomi fantastici, a partire dalla Ivanona Zanicchi e dalla Gardini deputate del PDL ed ex presentatrici Mediaset. Ora sappiamo che a Silvio piacciono anche le attempate, il nano non si ferma davanti a nulla.

giovedì 9 settembre 2010

Lo Spirito d'immobilismo dei sassi

Ormai da tempo le prime pagine dei quotidiani sono esclusivo monopolio dei soliti quattro politicanti che, visibilmente soddisfatti, passano il tempo scagliandosi manciate di merda in mondo-visione. Grida da destra, improperi da sinistra, accuse di prostituzione istituzionale, indici puntati e cacofonia generale. Niente di nuovo e tantomeno d'interessante. Se non fosse che nel frattempo l'Italia arranca e sputa sangue, sarebbe il caso di lasciare che si scannino a vicenda sino ad estinguersi in un trionfo di darwinismo politico per il bene del Paese: attacco dopo attacco, lasciare che le poltrone si sgretolino cozzando le une contro le altre, sino a diventare seggi finalmente vuoti da riempire di nuovi contenuti. La paura è che tale forma organica, le piattole incravattate del sistema, non risponda più ai normali criteri evoluzionistici ed abbia invece sviluppato nei decenni una sorta di anticorpo al rinnovamento. Uno scudo contro il cambiamento. Titola il Corriere della Sera "Berlusconi: io vado avanti". Mai avuto dubbi in proposito. Non sia mai che nella Repubblica delle banane qualcuno faccia un passo indietro. Non bastano gli avvisi di garanzia, gli scandali, la corruzione, le condanne, l'immobilismo sostanziale, la decadenza del potere: i massi non si muovono. Per retrocedere è necessario che una forza di superiore misura spinga in senso contrario. Altimenti, si resta fermi, ammuffendo. Non s'è mai sentito di un masso che abbia deciso da solo di spostarsi dal sentiero. La rinuncia ad una posizione, in questo Paese, non è mai volontaria. E' sempre imposta dall'alto, forzata da considerazioni di marketing politico, convenienze più forti di altre convenienze. Paradossalmente, in Italia, quando si cambia, è perché tutto rimanga invariato: abbiamo inventato il movimento statico.
Se ogni piccola modifica all'ordine altrimenti invariabile delle situazioni è imposta dall'alto, il problema sostanziale, qui, è il concetto stesso di "alto". In Italia, oggi, qual'è la reale gerarchia delle cose? Quali sono i fari che orientano le scelte, che indicano le direzioni verso cui muoversi come nazione, come sistema, come comunità? Sarebbe bello e opportuno che la forza propulsiva dei cambiamenti fosse ispirata ai valori, ai principi, e quindi alle leggi, alla carta costituzionale, alla giustizia. E invece, quando in Italia una foglia riesce anche solo ad oscillare, il vento che la muove non scende dalle santissime vette del pensiero o del diritto, ma esce dagli uffici impolverati dei partiti, dalle macchinazioni opportunistiche di una burocrazia classista arroccata sui propri antichi privilegi. Insomma, non è l'Esprit de Loi che ci guida, quanto piuttosto l'estratto conto di Maurizio Gasparri. E allora verso cosa ci stiamo muovendo? Verso un'invisibile linea orientata al progresso, oppure verso un gorgo oscuro che del progresso, al limite, può rappresentare solo il buco del culo? L'impressione, osservando le mosse dei gerontocrati che ci rappresentano, è che non stiano affatto puntando la prua in avanti, ma che invece si limitino a gironzolare cazzeggiando, grattandosi via le rispettive pulci, azzuffandosi o annusandosi il didietro.
  
Queste sono considerazioni astratte e persino apocalittiche, me ne rendo conto. Sono addirittura stupide, idealistiche in un mondo in cui l'idealismo non ha ormai cittadinanza. Eppure, di tanto in tanto, è consigliato parlare - o scrivere - di qualcosa che nell'immediato non si vede e non si tocca. E' un esercizio utile: dimenticarsi per un pò del giardino di casa propria, imboccare il vialetto per buttare l'immondizia e, una volta fuori, gettare lo sguardo un pò più in là.      

mercoledì 8 settembre 2010

Il dissenso è il sale della democrazia

La gente, intesa come popolo pensante, si è stancata. La gente in effetti capisce (non sembra ma è così) giorno dopo giorno di non essere più “gente” ma sempre di più “persone”. Non è cosa da poco, soprattutto di questi tempi. La dimostrazione palese di ciò che dico sono le manifestazioni di dissenso che stanno avvenendo, sparse qua e là per il Paese.

Si è cominciati con la contestazione al cosiddetto senatore Marcello Dell’Utri in quel di Como dove, con la faccia di bronzo che si ritrova, si era presentato per pubblicizzare i pressoché fasulli diari di Mussolini. Gente di tutte le età ma soprattutto giovani, si è ritrovata nel luogo dell’avvenimento e ha democraticamente impedito che un condannato in 2° grado per mafia potesse tenere un comizio. Non ci vedo nulla di scandaloso. Dell’Utri è il cofondatore di Forza Italia, uno dei bracci destri del puttaniere di Arcore, inizia la sua carriera politico-imprenditoriale a Palermo (dove nascono stranamente i primi circoli del partito) per poi appollaiarsi in territorio lombardo, sotto l’ala protettrice del nano. I due insieme faranno grandi cose, fino all’emblematica dichiarazione corale del “Vittorio Mangano era un eroe”, forse detta sull’onda dell’emozione, per non aver visto i loro nomi uscire dalla boccuccia del mafioso condannato all’ergastolo. Sul Corriere della Sera (molto meglio Il Corriere dei Piccoli), si è arrivati addirittura alla difesa di Dell’Utri, attaccando chi ha fatto del dissenso civile (urla e fischi credo lo siano ancora), un’arma da usare nel caso certi personaggi continuino a riproporsi anche in futuro.

Qualche giorno dopo viene contestato pure il braccio destro di Silvio, Gianni Letta, questa volta in un ambiente un po’più snob e scenograficamente meglio allestito, il Festival del Cinema di Venezia. Ovviamente i telegiornali, a parte qualcuno, hanno taciuto la notizia. La carta stampata nemmeno ha preso in considerazione ciò che è successo e tutto è finito dov’era cominciato.

Eccoci invece a Torino. Festa del Partito Democratico. Cosa ci fosse da festeggiare non lo sapevano nemmeno loro ma probabilmente avevano soldi da spendere e avranno pensato di buttarli allegramente nel cesso . Così via con una rassegna di incontri e concerti e dibattiti e spettacoli e.. contestazioni! Solo il PD poteva pensare di festeggiarsi invitando rappresentanti dell’opposizione. Il duo Schifani-Fassino, qualche anno fa acerremi nemici e dora culo e camicia, viene bersagliato di urla e fischi e qualche “vaffanculovolante”, che non guasta mai. Non si può, è maleducazione chiedere al Presidente del Senato che fine abbiano fatto le 350000 firme per il Parlamento pulito, depositate e lasciate a marcire. E’ una brutta cosa esporre un cartellone per chiederlo e così quel cartellone bisogna strapparlo e il manifestante deve essere allontanato in maniera violenta. Non si può pretendere di fare domande durante un’incontro pubblico, tenuto su territorio pubblico. Non si può fischiare ma si può applaudire. Non si può esprimere il proprio dissenso nemmeno con le parole, pensarlo si ma dirlo assolutamente no. I pochi presenti potrebbero capire di essersi sbagliati anche loro. Fassino corre i ripari, difende a spada tratta il “rivale”, vent’anni di poltrone riscaldate a nostre spese non gli son di certo bastati, meglio difendersi l’uno con l’altro in certi casi. Dietro di lui, la fila interminabile di uomini delle istituzioni solidali con il povero Schifani.

Oggi è toccato a Bonanni, il Segretario della Cisl, quello che ha messo a segno uno dei punti del programma P2, la scissione dei sindacati. Appena ha aperto la bocca una montagna di fischi si è riversata sulla sua testa e su quella del suo interlocutore, il sempre giovane Enrico Letta, nipote di quello contestato a Venezia. E’ tutta una grande famiglia. Al grido di “Voi siete antidemocratici” l’esponente della cosiddetta sinistra ha cercato di tenere, inutilmente, testa ai manifestanti. Il sindacalista se n’è andato senza parlare. Nulla di grave, sopravvivremo. Certo, se ci si chiede come si possa esprimere il proprio dissenso se nelle televisioni ci vanno solo loro, sui giornali ci finiscono solo loro, nelle manifestazioni pubbliche possono parlare solo loro e tutto ciò che riguarda la nostra vita lo decidono solo ed esclusivamente loro. A noi è stata lasciata la possibilità di scegliere. O così o così. O me o il mio amico. Accontentarsi, grazie.

Insomma, lo stivale è in subbuglio. Si parla di elezioni anticipate, partiti e partitini stanno facendo le squadre come prima di una partita serale di calcetto. Vecchi e meno vecchi che discutono ancora di come rovinare al meglio e senza farsi scoprire, la nostra meravigliosa penisola. Non gli è bastato.

Chi si sveglierà in tempo per godere della fine potrà esultare in tutta libertà. Gli altri che se ne stiano pure chiusi in casa. A doppia mandata.

lunedì 6 settembre 2010

Schiacciamo l'insetto

Il premio Campiello 2010 per la migliore Opera Prima è andato alla scrittrice Silvia Avallone per il suo romanzo “Acciaio”. Il premio per l’uomo più viscido del palinsesto tv se l’è aggiudicato invece Bruno Vespa, che già definirlo “uomo” potrebbe risultare eccessivo ma è purtroppo il modo più sbrigativo per differenziarlo dall’insetto. Nulla di eclatante insomma , se consideriamo il soggetto in questione, ma ciò che stupisce è che questa forma di apprezzamento nei confronti del genere femminile sembra non avere limite nemmeno dinanzi a quel poco di cultura che ci rimane.
Vespa è uno di quei portavoce non ufficiali arruolati dal “Cavaliere con lo scudo” (fiscale) che ogni giorno si prodigano, si immolano nel nome del padrone, attirando sulla propria figura fulmini e saette, ovviamente in modo più che giustificato. Del resto il suo programmino per menti lobotomizzate, nato come contenitore di approfondimento, si è poi evoluto in un talk-show dove l’invitato più autorevole porta il nome di Maurizio Gasparri, ed è tutto un dire.
Dal palco della 48°esima edizione, il presentatore abruzzese ha dato il meglio di sé, sfoggiando un sorrisone marpionico e mostrandosi in tutta la sua verve da uomo di Neanderthal. Così l’arrapato Vespa insisteva più e più volte sulla scollatura della scrittrice, invitando persino le telecamere ad inquadrare “l’opera prima” e lasciandosi andare ad abbracci, passerelle, risatine isteriche ed occhiatine furtive. Platea visibilmente infastidita. Brusio in aula e commenti irriferibili nei confronti di Brunone.
Insomma, invece di rilanciare la categoria e portare i giovani lettori a confrontarsi con qualcosa che non sia frutto del buon Fabio Volo, vespa ha fatto della serata il suo piccolo show personale, memore delle tante lezioni impartitegli dal guru di Arcore.
A telecamere spente i presenti in sala hanno preso le distanze dal “giornalista genuflesso”, il quale ha però contrattaccato bollando i suoi detrattori come “gente priva di umorismo”. Come se ci fosse da ridere nello sminuire le capacità di una giovane scrittrice di 26 anni, concentrando le attenzioni su ciò che di buono ha da offrire alla vista. Vero è che anche l’occhio vuole la sua parte ma almeno in questi casi si spera che l’occhio si accontenti della bellezza delle parole.

Storia di colbacchi e occhiali da vista

Apprendiamo con grottesca inquietudine che Kayhan, giornale iraniano di regime, dopo aver appiccicato addosso a Carla Bruni l'etichetta di "prostituta italiana", si scaglia oggi contro il Nano Tricologico definendolo il "simbolo della deviazione morale in Italia" con "prove della sua dissolutezza sessuale". Ringraziamo gli amici sciiti per aver scoperto l'acqua calda. Tuttavia, la premura dei nazisti di Teheran non è cosa gradita. Tantomeno il loro giudizio, viziato da secoli di ignoranza e oscurità fondamentalista. Soprattutto nel giorno in cui giunge in occidente la notizia delle 99 frustate con cui è stata vergata la schiena di Sakineh Mohammadi Ashtiani, non accettiamo lezioni di etica e morale da chi viola quotidianamente i fondamentali diritti umani. Che Berlusconi sia un donnaiolo disinvolto, è cosa nota. Ma in un'ipotetica scala d'immoralità, è accettabile che un boia medievale punti il dito verso un puttaniere?

Approfitto per pubblicare un vecchio testo, scritto originariamente per altri occhi e indirizzato ad altre pagine. Trattasi di un breve ragionamento ispirato dall'incipit del romanzo di Milan Kundera "Il libro del riso e dell'oblio". Le assonanze storiche risultano piuttosto evidenti...    

"Vlado Clementis indossava un colbacco. D’altronde Praga era una città fredda, soprattutto in quel 21 febbraio del 1948. Clementis fu ministro degli esteri nel governo comunista di Klement Gottwald nonché firmatario della carta delle Nazioni Unite, eppure la storia pare ricordarlo soprattutto perché quel giorno indossava un cappello di pelliccia sovietica. Mahmud Vahidnia, studente di matematica, portava invece gli occhiali da vista. Niente colbacco, per lui. In Iran, a fine 2009, per giunta al cospetto dell’Ayatollah, sarebbe stato fuori luogo.
Il colbacco e gli occhiali da vista. Due accessori collegano il politico e lo studente di matematica, altrimenti separati da mezzo secolo di storia. “Il libro del riso e dell’oblio” di Milan Kundera sembra parlare dell’uno e dell’altro. Ricorda il cappello di Clementis, ma in fin dei conti anche gli occhiali di Vahidnia. E lo fa raccontando di uno scatto, una fotografia. Nel febbraio 1948 il dirigente comunista Klement Gottwald si affacciò al balcone di un palazzo barocco di Praga per parlare ai cittadini che gremivano la piazza della Città Vecchia. Faceva freddo e nevicava. Clementis, al suo fianco, si levò il cappello di pelliccia e lo posò sulla testa del compagno. Clik, fotografia. Quattro anni dopo Clementis fu accusato di tradimento e impiccato. La propaganda lo cancellò immediatamente dalla storia e, naturalmente, anche da tutte le fotografie. Da allora Gottwald, su quel balcone, ci sta da solo. Di Clementis rimane solo il colbacco.
Mahmud Vahidnia, dietro i suoi occhiali da vista, osò contestare il clima poliziesco che circonda la stampa iraniana, l'impossibilità di esprimere critiche alla Guida Suprema e la struttura di potere autoritaria statale. Clik, altra fotografia. Anche Mahmud, come Clementis, vaporizzato. A distanza di mesi, di lui si ricordano solo gli occhiali da vista.
Il sottile filo che lega le due vicende è quasi invisibile, eppure esiste. Come esiste un tentativo di disperdere le risa della folla in un oblio connaturato all’essenza di certe degenerazioni dello Stato. Come Clementis e Vahidnia le persone spariscono, inghiottite dalla storia e dalla negazione strumentale di qualsiasi alternativa. Il potere assoluto è tale perché non ammette discontinuità: è un unicum che fagocita irregolarità ed attutisce le voci dissonanti, avvolgendo tutto in un’atmosfera ovattata di uniforme silenzio. E’ come trovarsi chiusi in un cerchio, un girotondo da cui si può essere estromessi in qualunque momento. “Quando si è allontanati da una fila”, scrive allora Kundera, “è ancora possibile tornarci. È una formazione aperta. Ma il cerchio si richiude, e per questo, quando lo si lascia, è per sempre”. E allora di noi resta poco. Il ricordo di un colbacco, o magari di un paio di occhiali da vista".

sabato 4 settembre 2010

Il Partito Demagogico




Una volta il comunista indossava il colbacco. Ora in Italia si cerca di sdoganare il “perbacco”. Si perché questo sembra essere l’obiettivo dei massimi esponenti del Partito Demagogico, riportare in auge vecchie buone abitudini. Come ad esempio la campagna “porta a porta” (viene subito alla mente il programma del viscido insetto di Rai Uno), come se veramente la gente avesse pure il tempo e il bisogno di stare ad ascoltare un giovanotto che gli racconta degli ultimi 15 anni berlusconiani. Magari poi trovano pure la casalinga, che gli chiede come mai non è stata fatta una legge contro il conflitto d’interessi ed il giovanotto è costretto ad andarsene, con la coda fra le gambe e le orecchie basse. Ecco, il secondo passo sembra essere l’uso di questo slang giovanile del buon Bersani. “Perbacco”. Ma da dove l’ha pescato? Voglio dire, non c’è nulla di male ad usare un termine così sobrio in tempi come questi, dove tutti dicono di tutto, ma se il PD spera di alimentare il bacino giovanile del suo partito non è proprio sulla buona strada. Del resto Pierluigi è sulla scena già da un po’. Forse troppo.
Gli amici del PD ce la stanno mettendo tutta. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. E in questo caso Cesare (che ha sempre di più il volto trasfigurato di Silvio), ha avuto proprio tutto. Ha avuto così tanto dai “compagni” di sinistra che non ha più bisogno di loro già da qualche anno. Panico a casa D’Alema. Panico anche per Bersani che probabilmente dorme a casa di D’Alema. Ogni volta che intervistano il segretario del PD la sua faccia sembra dire :“E adesso cosa facciamo?”.. non lo sanno nemmeno loro e li capisco.. 15 anni passati a fingere di opporsi al Caimano ed ora, così, all’improvviso, Fini rovina tutto e cerca di far cadere il governo. Eh no! Non erano questi i patti! Torna in mente una vecchia gag di Guzzanti nella quale, imitando Bertinotti, metteva alla luce tutta la paura e la non volontarietà di presiedere un governo. Un Guazzanti preveggente visto che qualche tempo dopo lo stesso Bertinotti avrebbe fatto cadere il governo Prodi (insieme a quel bontempone di Ciccio Mastella). Successivamente toccò a Veltroni, che come un bambino pensava di poter giostrare come voleva il suo nuovo giocattolino democratico e (udite udite) che avrebbe potuto giocarci solo lui. Le elezioni lo rimisero subito sulla buona strada, quella creata da Baffo Massimo e anche Uolter dovette abbandonare la nave e dedicarsi all’altra sua grande passione, la scrittura. Ed eccolo, giungere a gran passo, il salvatore di ciò che è rimasto del secondo partito italiano. L’uomo delle privatizzazioni. Colui che dice NO oggi per dire SI domani. Pierluigi Bersani. Ecco, Bersani è un tipo strano. Ha quel viso da uomo di paese, attaccato ai valori sani della società, uno che non farebbe del male ad una mosca. Tanto per capirci Bersani è uno che ancora usa il termine “perbacco”. Voglio dire, con tutto il rispetto per il suo modo civile di vivere ecc ecc.. ma siamo sicuri che sia l’uomo adatto per contrastare il predominio Berlusconiano?! Ovviamente no. Non ne siamo sicuri noi e tantomeno loro ma il senso di tutto ciò è proprio questo, sperare che il Berlusca tiri avanti il più possibile.

giovedì 2 settembre 2010

Il circo libico e i pagliacci italiani



Le 70 Mercedes che componevano il corteo del leader libico Gheddafi, erano solo l’antipasto di ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco. Una volta atterrato all’aeroporto di Ciampino, l’accoglienza è stata di quelle delle grandi occasioni. Ministro degli esteri in prima fila e picchetto d’onore dell’aeronautica militare. Pubblico delle grandi occasioni. A pochi metri stazionavano 500 ragazze più o meno avvenenti, ingaggiate da un’agenzia di hostess e disposte a mettersi in bella mostra. E mica si son fatte pregare. All’interno della mega tenda montata per l’occasione (che se io mi voglio fare un picnic devo chiedere l’autorizzazione pure a Ratzinger), si parla di scende piene d’entusiasmo da parte di qualcuna per ottenere come gratificazione un invito a Tripoli, cosa per altro già accaduta l’anno scorso. Lezione di Corano in grande stile e qualche “conversione lampo” tanto per dimostrare l’affabilità del buon vecchio Gheddy. In tutto ciò nemmeno una parola dal “ministro per i calendari” Carfagna, donna molto sensibile alle questioni che riguardano il gentil sesso. Frasi strappalacrime all’interno dell’harem: “Sposate gli uomini libici” e dichiarazioni di guerra allo Stato del Vaticano “L’Europa si deve convertire all’Islam”. La risposta del quotidiano della Santa Sede non si è fatta attendere ma di fatto in pochi se la sono filata. Eppure l’editoriale dell’Avvenire, dove si parlava di visita boomerang amplificata dal servilismo del servizio pubblico (RAI), rispecchiava un po’ quello che tutti noi pensavamo alla vista di certe immagini, nelle quali il dittatore Muhammar veniva osannato dal nostro Presidente del Consiglio. Diciamo che era più che lecito strabuzzare gli occhi. Un giornalista danese, intervistato da un canale web, si chiedeva com’era possibile che l’intera città di Roma si potesse bloccare per l’arrivo del colonnello libico. Alla successiva domanda, sul perché in Danimarca non sarebbe successo, il giornalista straniero rispondeva in maniera lapidaria “ Semplicemente perché da noi nessuno ha intenzione di invitarlo.” Gli inglesi invece dalle pagine del “The Indipendent” non ci vanno leggeri e sentenziano “Gheddafi e Berlusconi si sono dimostrati rivoluzionari nell’uso delle loro pagliacciate come armi di distrazione di massa”. Null’altro da aggiungere per quel che riguarda la carta stampata.
Il circo messo in piedi per il rais libico ha un suo perché.
Gli affari in terra africana si sprecano: ENI punta all’estrazione del greggio fino al 2042 - ENEL per investimenti nella rete elettrica - FINMECCANICA che intende ampliare i suoi interessi anche al reparto difesa dello stato libico - IMPREGILO per la costruzione della rete autostradale costiera - SAI FONDIARIA nel settore immobiliare - UNICREDIT (con il direttore Profumo avvistato in tribuna d’onore) vuole aumentare la quota della Libia visto che è già la prima azionista del gruppo con una quota del 7% - TELECOM ha in serbo nuovi programmi di investimento e CONFINDUSTRIA è interessata alla costruzione di nuove zone franche per le imprese italiane.
Ci si chiede dove siano i difensori dell’Italia cattolica che alla decisione del’unione europea di togliere i crocefissi dalle aule di scuola, saltarono fuori come scimmie urlatrici per attaccare quell’insensata presa di posizione. Poi però viene un dittatore qualsiasi e può dire quel cazzo che gli pare senza colpo ferire. La Santanchè ad esempio, una che attacco la religione islamica in diretta tv, una che ha più palle di un uomo. Dov’era? Dall’estetista le notizie non arrivavano?!
E l’opposizione? Bersani, imperterrito come sempre, affronta a muso duro la situazione: “Giorni umilianti per l’Italia, Berlusconi riferisca.” Insomma chiede al premier di presentarsi in Parlamento, dove risulta il più assenteista dell’intera casta, per raccontare della sua due giorni nella capitale con il suo amicone libico. Strano che nessuno abbia mandato a quel paese il piccolo Pierluigi, ricordandogli che di questo passo Silvio accoglierà a braccia aperte persino il primo ministro nord coreano.
Sembra non esserci mai fine al peggio.
Piccola nota biografica su Gheddafi.
Pur non avendo alcun incarico ufficiale e fregiandosi soltanto del titolo onorifico di Guida della Rivoluzione, è il dittatore di fatto del suo paese con poteri assoluti. Gheddafi ebbe una svolta politica negli anni ottanta: sostenne gruppi terroristi, quali per esempio l'irlandese IRA e il palestinese Settembre Nero. Fu anche accusato dall'intelligence statunitense, di aver organizzato degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia, ma egli si dichiarò sempre innocente. Si rese anche responsabile del lancio di un missile contro le coste siciliane, fortunatamente senza danni. Divenuto il nemico numero uno degli Stati Uniti d'America, egli fu progressivamente emarginato dalla NATO. Inoltre, il 15 aprile 1986, Gheddafi fu attaccato militarmente per volere del presidente statunitense Ronald Reagan: il massiccio bombardamento ferì mortalmente la figlia adottiva di Gheddafi, ma lasciò indenne il colonnello, che era stato avvertito del bombardamento da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio in Italia[4].

Versioni e conversioni

Il valore aggiunto della notizia risiede nell’imprevedibilità dei modi in cui è recepita. Un fatto, di per sé, è la cosa più spietata del mondo. Un fatto non è buono e neppure cattivo. Banalmente si potrebbe dire che un fatto, semplicemente, è. Nudo come un verme, se ne sta immobile al buio nella propria cuccia spazio-temporale, in attesa.
Il fatto, così rannicchiato su se stesso, aspetta un’interpretazione, sottile membrana che s’appiccica alla superficie liscia delle cose e ne trasforma la percezione. Così, masticato, digerito e risputato dall’apparato critico di ciascuno, il fatto si trasforma e acquisisce pesi specifici diversi. Allora diventa possibile che per molti la lettura del quotidiano non provochi grossi mal di pancia e, anzi, le notizie scivolino via senza fatica. Per altri, sottoscritto compreso, spesso e malvolentieri la stessa attività diventa fonte di lancinanti dolori gastro-intestinali, fino a causare perdita temporanea di fiducia nel genere umano e conseguente sproloquio. Fortunatamente, il tutto viene poi metabolizzato dal cinismo – unico paracadute a disposizione dell’uomo sensato in quest’epoca di spaventose vertigini – e s’aggiunge al mucchio senza gloria della sostanza organica del mondo. Oggi, per esempio, leggo della conversione spirituale di un tizio che nei favolosi anni 80 della Disco Music – mentre la Material Girl cantava Like a Virgin – pensò bene di fare a pezzi sei prostitute e le seppellì nel giardino di casa. Pare che il figlio di puttana si prepari ad entrare nel Terzo Ordine di San Francesco. Roba grossa. L’unica cosa che mi viene da pensare è che nell’occidente d’oggi, all’ombra dei campanili, una speranza di eterna redenzione non si rifiuti a nessuno, l’importante è avere il tempo di pentirsi. In vulgata popolare, il tempo di oliare i meccanismi. E mi viene anche da pensare che in fin dei conti questa faccenda del pentimento sia una grottesca stronzata, perché se mai dovessi crepare affogato nel fiume non avrei il tempo di pentirmi di niente. Non di quella volta in cui rubai un evidenziatore in cartoleria e neppure di quando ebbi pensieri impuri sulla mia vicina di casa (grandissima mignotta – NdR). E non avrei neppure il tempo di pentirmi del fatto che mi tocca sproloquiare quando leggo notizie sceme come questa. Non che m’interessi l’indulgenza, intendiamoci. E’ soltanto che sono per la parità di trattamento. E speriamo che poi non mi venga in mente di crepare in quel maledetto fiume con un preservativo infilato nell’attrezzo: sarei pressoché fottuto.


“Mi faccia finire. Io non considero il mio stato mentale una visione pessimistica del mondo. Io lo considero equivalente al mondo così com’è. L’evoluzione non potrà non condurre la vita intelligente alla consapevolezza di una certa cosa sopra tutte le altre, e questa cosa è la futilità” (C. McCarthy – Sunset Limited)